Marocco
A poche ore di volo dall'Italia, appena di là dal Mediterraneo, comincia un altro continente. Il Marocco è la soglia in cui l'Africa guarda l'Europa da vicino e in cui il mondo arabo convive da secoli con quello amazigh, il popolo che si definisce degli uomini liberi e che abita questa terra da tremila anni senza che nessun impero, romano, arabo o francese, sia mai riuscito davvero ad assimilarlo.
Perché andare in Marocco
In una sola giornata di strada si passa dalla neve dell'Alto Atlante alle prime dune del Sahara. Nel mezzo ci sono le città imperiali con le loro medine, le kasbah di terra cruda lungo le valli del sud e i mercati dove si contratta ancora. Un paese vicino e semplice da raggiungere, con una lingua, una cucina e paesaggi che cambiano di continuo.
Il Marocco in breve
Durata: da 4 a 15 giorni
Quando: Inverno, con Natale e Capodanno
Temperature: 18-20° di giorno, notti vicine a 0° nel deserto
Trasporti: pulmino con autista
Difficoltà: ritmo intenso, con tratti su piste sabbiose
Documenti: passaporto, nessun visto
Moneta locale: dirham (1 € = circa 10 dirham)
Una cultura che ha attraversato tremila anni
Capire il Marocco significa cominciare dagli amazigh, che gli arabi chiamarono berberi e che rappresentano ancora oggi circa metà della popolazione, custodi di una delle culture viventi più antiche del continente e capaci di attraversare tremila anni di dominazioni conservando la propria lingua, la propria scrittura e un rapporto con l'ospite che qui ha valore di codice più che di cortesia.
Lo si riconosce nel rito del tè alla menta, versato da grande altezza e servito sempre tre volte, accompagnato da un proverbio che dice come il primo bicchiere sia amaro come la vita, il secondo forte come l'amore e il terzo dolce come la morte, al punto che rifiutarne uno è considerato un piccolo sgarbo. È un paese che da mille anni fa un'arte del ricevere chi arriva, e questa lunga consuetudine all'accoglienza è ciò che rende un mondo tanto distante un ingresso sorprendentemente semplice anche per chi non ha mai viaggiato lontano.
Un luogo costruito per perdersi
La medina marocchina non è una città cresciuta nel disordine ma un organismo con una logica antica, in cui i vicoli si raggruppano per mestiere come nelle gilde medievali che altrove sono scomparse da secoli. A Fès si attraversa la piazza dei calderai, dove il rame si batte a mano da generazioni, e si raggiungono le concerie della Chouara, nelle quali le pelli vengono ancora conciate e tinte nelle stesse vasche di pietra che erano in uso da prima che l'America fosse scoperta, mentre qua e là si aprono i funduk, gli antichi caravanserragli in cui i mercanti dormivano al piano superiore e custodivano le merci in quello inferiore.
Sempre a Fès, dietro una porta che si potrebbe attraversare senza accorgersene, sopravvive la più antica università del mondo ancora in funzione, fondata nell'anno 859 da una donna, Fatima al-Fihri, e proprio in una città disegnata in questo modo il fatto di perdersi non è un incidente di percorso ma la maniera stessa in cui essa è pensata per essere vissuta.
Dove la terra diventa architettura
Fuori dalle città il paesaggio conserva la memoria delle rotte commerciali che per secoli hanno collegato l'Africa sub-sahariana al Mediterraneo, e lungo le valli si incontrano le kasbah e gli ksar, i villaggi fortificati costruiti interamente in terra cruda, che nascono dalla stessa argilla su cui poggiano e sembrano affiorare dal suolo piuttosto che esservi stati posati.
Il più celebre di questi villaggi, Ait Ben Haddou, riconosciuto patrimonio dell'umanità, sorvegliava una delle piste che portavano oro, sale e datteri verso Timbuctù, e ancora oggi restituisce l'idea di che cosa significasse mettersi in cammino quando il deserto era una via da percorrere e non semplicemente una meta da raggiungere. È in questa parte del paese che l'inverno marocchino mostra il suo contrasto più sorprendente, con le cime innevate dell'Atlante visibili all'orizzonte mentre intorno comincia la sabbia del Sahara.
Una delle grandi cucine del continente
La cucina marocchina è costruita su un equilibrio tra dolce e salato che sorprende chi la incontra per la prima volta, e il piatto che la riassume è la tajine, che prende il nome dal recipiente di terracotta dal coperchio conico in cui la carne cuoce lentamente insieme a verdure, prugne, mandorle o limoni in salamoia, mentre il couscous resta tradizionalmente il piatto del venerdì, servito in un grande piatto comune da condividere.
A dare carattere a ogni portata è l'uso sapiente delle spezie, dallo zafferano di Taliouine al cumino, dalla cannella al ras el hanout, la miscela che ogni famiglia dosa a modo suo, e non c'è pasto che non si chiuda con il tè alla menta, perché in Marocco fermarsi a tavola è uno dei modi più diretti per essere accolti in una casa.
Lo sapevi?
Il nome stesso del paese nasce da un lungo equivoco geografico, perché deriva da Marrakech, che in berbero suona Mur Akush, cioè Terra di Dio, e per secoli in Europa si chiamò proprio così, Città di Marocco, prima che quel nome scivolasse dalla città all'intera nazione.
Per tutte queste ragioni il Marocco è da sempre la porta d'ingresso più naturale al modo di viaggiare di Avventure nel Mondo, abbastanza vicino da non spaventare e abbastanza diverso da lasciare il segno, abitato da una civiltà che dell'accoglienza del viaggiatore ha fatto una cultura millenaria.