NEPAL TIBET Raid

Raid in moto da Kathmandu a Lhasa, al sacro Monte Kailash e al campo base dell’Everest 4000 km di piste, 26 passi himalayani di cui 11 oltre i 5100 m, sabbia, fango, guadi, scavalcata per ben due volte la catena della Grande Himalaya.
14 motociclisti determinati portano a termine la più straordinaria avventura motociclistica del mitico Motoclub Avventure nel Mondo.

- CLICCA QUI per l'elenco completo dei partecipanti al raid.
- CLICCA QUI per vedere la cartina ingrandita.
- CLICCA QUI per accedere alla pagina di Massimiliano (Bibo) Segreto.



DIARIO GIORNO PER GIORNO

16/17 Agosto
ITALIA - KATHMANDU

L’aereo attraversa un cumulo di nuvole dense, qualche vibrazione ed eccoci sbucare sulla verde Valle di Kathmandu. Siamo finalmente a terra, un caldo umido e un fitta pioggerellina ci da il benvenuto in Nepal. Amar della MAB Tours, nostro corrispondente ed amico da oltre vent’anni, ci accoglie con un grande striscione celebrativo “Welcome”, una sciarpa bianca e collane di fiori per tutti nella più schietta tradizione nepalese: ci sentiamo subito fra amici. Rapidamente ritiriamo il bagaglio, 35 pezzi , non ne manca nemmeno uno, e ci immergiamo nel caos della città: strade strette, sciami di piccole motociclette, motorini, auto , autobus, camion, rikscò si confondono in un’apoteosi di stombazzamenti, sembra un inferno e il primo impatto con la città non è certo piacevole finché non arriviamo all’Hotel Marsyandi, piccola e piacevole oasi di pace nel quartiere di Tamel. Qui incontriamo il monaco italiano e nostro amico Stefano Brunori che consegna ad ogni partecipante un amuleto da tenere al collo con una serie di nodi ognuno contro un pericolo della strada: il motore, il maltempo, le frane….e così via. E’ stato benedetto da un lama molto venerato,e ,ci assicura, sarà la nostra fortuna. Lo terremo al collo per tutto il viaggio.


18 Agosto
KATHMANDU

Siamo tutti al Cargo Building della Qatar Airways all’aeroporto, una costruzione moderna e funzionale ed in effetti tutto funziona per il meglio, la dogana timbra i nostri carnet, sleghiamo le moto, gonfiamo le gomme, ricolleghiamo la batteria , un litro di benzina nel serbatoio (poverissima solo 70 ottani) e seguendo l’Honda 125 di fabbricazione indiana della nostra guida, ci perdiamo nel caotico traffico di Kathmandu, inquinamento, rumori, odori, colori, luci e facciamo conoscenza con questa città che conserva ben poco della sognante Kathmandu conosciuta negli anni ’70 e ’80. Nonostante tutto la città disperde ancora tutto il suo fascino nelle strade e nelle viuzze di Tamel , specialmente di notte con i suoi colori esaltati dalle luci artificiali. Sembra che un fiume di vita scorra sempre per le sue strade, nei suoi negozi, nei ristorantini tipici, negli internet café (numerosissimi e a buon mercato), tutto è in offerta a prezzi stracciatissimi, tutto si vende: abbigliamento, libri, papeterie ,attrezzatura da trekking, tanka dipinti, antiquariato, Tamel é un immenso mercato e viene da chiedersi dove si trovino gli acquirenti per far sopravvivere tanti negozi. Se il turismo si ferma Kathmandu , Tamel e le migliaia di commercianti che ci vivono che fine farebbero???

19 Agosto
KATHMANDU - KODARI (km 130)

Le notizie che provengono dalla strada per Kodari e per il confine tibetano non sono le migliori, in questo breve tratto si verificano ogni anno le frane che bloccano la strada per giorni e giorni. Per ora la strada è aperta ma sta seguitando a piovere . Avevamo programmato un giorno di acclimatazione e riposo a Kathmandu ma decidiamo di anticipare la partenza alle prime ore del pomeriggio. Visitiamo Patan e la sua stupenda Durbar Square e ci fermiamo per uno spuntino al delizioso albergo Bhintuna (vuol dire ”buona fortuna”) di Baktapur, costruito da Amar con un contributo di Viaggi nel Mondo. Iniziamo quindi una lunga discesa a tornanti per raggiungere il fondovalle dove scorre il Sun Koshi River. Siamo a circa 1700 slm. Un bel sole fa capolino tra una nuvoletta e l’altra ed esalta il paesaggio verde della bella vallata e le terrazze coltivate a riso che si susseguono sulle pendici dei monti. Imbocchiamo la valle del tumultuoso fiume Bhote Koshi che porta a Kodari. L’asfalto finisce e la pista peggiora. Superiamo i tre punti critici dove spesso le frane bloccano la strada , un paio di guadi, fango, passaggi delicati ma siamo fuori ed entriamo a Kodari, piccolo villaggio di frontiera infilato ed inventato in uno stretto fondovalle ai bordi della strada, accanto ad un minaccioso e rumorosissimo fiume stracarico di acqua. Continua a piovere e le pendici del monti sembrano letteralmente gonfie di acqua e fango. A Kodari c’è un’atmosfera di avamposto, di ultima frontiera, dove tutto può accadere. La montagna spruzza acqua ovunque, sembra come se volesse esplodere da un momento all’altro, ovunque cascate rivoli d’acqua vorticosi che sembrano il respiro di un mostro che ha difficoltà a contenere le sue immense viscere. Dalla montagna che ci sovrasta cade terra e pietre tanto che in nottata ci costringono a parcheggiare le moto in posizione più sicura. E durante la notte il pavimento di una casa sprofonda e il fiume si porta via i corpi di 5 persone Pioverà per tutta la notte e la strada per Kathmandu dopo il nostro passaggio resterà bloccata per un paio di giorni.... che l’amuleto, dono del monaco italiano, faccia il suo effetto???

20 Agosto
KODARI - ZHANGMU (km 6)

Nel piccolo albergo dove abbiamo pernottato c’è un caos indescrivibile, bagagli ovunque e una moltitudine di uomini, donne e bambini che si offrono come portatori. In effetti i camion nepalesi non possono superare il Ponte dell’Amicizia, confine naturale con il Tibet e c’è circa un km da fare a piedi per raggiungere i mezzi cinesi che ci aspettano aldilà del fiume. Incredibilmente tutto fila come l’olio grazie all’intervento del corrispondente locale e i nostri bagagli filtrano attraverso la moltitudine di gente che si accalca al posto di frontiera e siamo tutti con moto e bagagli in Tibet. Incontriamo i nostri corrispondenti tibetani del TIST, c’è Ten Wang che sarà la nostra guida, tibetano purosangue, religioso e premuroso, Jigdrel Wangchuk il direttore del TIST, due belle Toyota 4500 e un poderoso camion.

Saliamo per tornati sterrati a Zhangmu ( o Khasa …impareremo che ogni località tibetana ha almeno due nomi e spesso tre, uno tibetano, l’altro cinese e in certi casi anche un nome mongolo),. Incredibile cittadina costruita a ridosso di un ripido pendio, con case e palazzi su piloni di cemento armato, con un’unica stretta strada dove confluisce tutto il traffico commerciale di enormi camion verso il Nepal e l’India. La giornata è assorbita dalle formalità di ingresso.

Clicca sulle immagini per ingrandirle


il gruppo al confine

 

21 Agosto
ZHANGMU - NEW TINGRI (km 258)

Ci svegliamo alle 6.00 locali ma è come se fossero le 3,30 di Kodari, ci sono ben due ore e mezzo di differenza tra Nepal e Tibet, ed è buio marcio. Grosse nuvole cariche di pioggia salgono dal fondovalle. Partiamo per una strada letteralmente scavata nella roccia. L’acqua scende da ogniddove attraverso una fitta vegetazione, cascate , scosci di acqua, guadi e per noi in moto una serie di docce fredde ma l’ambiente è straordinario , ha qualcosa di magico e di fiabesco, mancano solo i pterodattili in volo e potremmo essere in una scena del film Jurassic Park , ci chiediamo se è proprio questa la strada che ci porterà in Tibet... ma arriviamo regolarmente a Nyalam a 3750 m dove visitiamo la Grotta di Milarepa con il suo monastero, il primo in assoluto in Tibet. Riprendiamo la strada e e superiamo due passi lo Shung La a 5050m e il Lalung La a 4990m Le moto sbuffano e carburano male, manca ossigeno anche ai nostri polmoni, cerchiamo di mettere in atto tutte le raccomandazioni contro il mal di quota, ampie e frequenti respirazioni sforzi limitati al minimo. Si sopravvive. Incrociamo il bivio della pista che porta al Kailash che percorreremo al ritorno, abbiamo infatti deciso di realizzare il nostro viaggio al contrario, prima Lhasa, poi il Kailash. Al ristorante di Old Tingri accusiamo i primi malori , mal di testa e mal di stomaco per ora. Proseguiamo, incontriamo sulla destra la nuova strada per il Campo Base dell’Everest che indica 114 km dalla Friendship Highway che stiamo percorrendo. Ne riparleremo alla fine del nostro viaggio. A Shelkar siamo sempre a 4005 m, l’albergo sembra un lazzaretto, facce da zombi vagano per i corridoi e le sale dell’albergo cercano medicinali, bombolette di ossigeno, tra vomiti, aspirine, Diamox , iniezioni cerchiamo di prendere sonno.


22 Agosto
NEW TINGRI - LHATSE - SHIGATSE (km 240)

Risveglio apocalittico e la colazione non ci solleva, il buon Ten Wuang, la nostra guida, ci assicura che a Shigatse staremo tutti meglio. Le operazioni di partenza di prolungano a dismisura poi, con i caldi raggi di sole, torna un po’ di buonumore e si parte. Percorriamo una serie di stupende vallate, risaliamo corsi di fiumi spumeggianti, ci aspetta il Langpa La con i suoi 5133 m (il nostro altimetro dà 5220m ed è un record per tutti noi ), con il coro di bandiere preghiera variopinte e sventolanti e la prima foratura a 5000 m., una esperienza da dimenticare. Foto verso il Cho Yu e l’Everest, parzialmente coperti da una nuvolaglia sparsa e ci buttiamo giù per tornanti sterrati, incontriamo guadi profondi , fango ed eccoci entrare a Lhatse, siamo sempre a 4050 m ma la vegetazione è abbondante con campi di orzo che tingono di un verde vivace i paesaggio, c’è anche più ossigeno, due passi modesti e scendiamo definitivamente a Shigatse. Stiamo tutti bene e consumiamo una abbondante cena con supplemento di una cinquantina di cosce di pollo. Un via vai di simpatiche e graziose massaggiatrici è la prova migliore che il fisico del gruppo è in evidente ripresa. (le massaggiatrici tibetane sono bravissime e ne approfittano uomini e donne).

23 Agosto
SHIGATSE - GYANTSE - SHIGATSE (km 190)

Delle tre strade che portano a Lhasa due sono bloccate per lavori e per inondazioni, è aperta solo quella che punta verso nord per Senshang e Yangpachen che il nostro programma prevedeva solo per il ritorno da Lhasa. Decidiamo quindi di decicare una giornata a Gyantse che dista una novantina di km di asfalto da Shigatse. Partiamo di buon mattino con un bel sole traveso che crea fantastici giochi di luci ed ombre nella ampia valle del fiume Nyang Chu. Si susseguono piccoli agglomerati rurali nei quali sembra intatto il tradizionale stile tibetano delle case di fango, con i tetti di sterpaglie ed il tipico colore rosso mattone . Gyantse ci appare di lontano con lo splendido forte che domina la città antica e che fu testimone e protagonista della invasione inglese del 1904 quando fu preso inutilmente a cannonate.

Entriamo nel monastero di Pelkor Chode attraverso una strada di campagna a causa dei lavori sulla strada principale. Il complesso è chiuso da una possente cinta muraria di colore rosso ocra e comprende il monastero ed il famoso Kumbum, un chorten alto 35 metri, tutt’intorno appaiono evidenti le tracce delle distruzioni fatte dai cinesi durante la prima invasione ed in seguito nel periodo della rivoluzione culturale; migliaia di monaci furono uccisi o costretti a lavori forzati. Questo dramma del popolo tibetano sarà presente ovunque in Tibet. Le rovine di piccoli e grandi monasteri fatti saltare in aria dai cinesi e ridotti a ruderi mangiati dalla pioggia e dal vento sono la testimonianza di una guerra che non è riuscita ad estirpare il profondo senso di religiosità dei tibetani ma che ha vinto sul potere temporale che il Dalai Lama e il Panchen Lama rappresentavano per l’invasore, quindi distruggere i monasteri voleva dire distruggere un potere che governava da secoli sul Tibet. E i cinesi non si sono fatti alcuno scrupolo, hanno distrutto i simboli e gli strumenti del potere fino alla certezza di poter controllare politicamente il paese che oggi in effetti controllano integralmente. E solo oggi dimostrano maggiore sensibilità e comprensione verso la popolazione tibetana ed è evidente in tutto il paese una colossale opera di ricostruzione e restauro alla quale i tibetani partecipano con grande impegno.

Torniamo verso Shigatse e a circa 19 km dalla città prendiamo per uno sterrato che porta al monastero di Shalu, un bel complesso monastico circondato da abitazioni ed inserito in una amena valle ricca di acqua e di alberi.

Nel pomeriggio siamo tutti schierati nella piazza del monastero di Tashillumpo per una storica foto di gruppo, turisti cinesi, giapponesi , indiani approfittano per rubare una immagine senza alcun dubbio abbastanza rara.

Tashillumpo è un complesso monastico fra i più importanti del Tibet, è la residenza del Panchen Lama una sorta di primo ministro del Dalai Lama e dispone di una notevole autonomia di gestione all’interno delle mura del Monastero anche perché l’attuale Panchen Lama è gradito alle autorità cinesi. Il complesso adagiato a semicerchio sui fianchi di una alta collina, comprende una serie di templi, mausolei, cappelle, di immense sale di riunioni per le funzioni religiose e le abitazioni dei monaci. Lo sfolgorio dei tetti dorati, la posizione e l’impianto armonioso di tutto il complesso fanno di Tashillumpo uno dei monasteri più belli ed importanti del Tibet. Ci immergiamo in questa realtà complessa e spesso incomprensibile delle raffigurazioni sacre, delle pitture murali e delle statue del Buddha , dei lama e delle grandi guide spirituali , tutto avvolto in un simbolismo carico di messaggi spirituali che difficilmente riusciamo a percepire. Ci perdiamo nelle viuzze, nei cortili delle case dei monaci dove si svolge la loro vita quotidiana ed infine ci ritroviamo tutti all’ingresso monumentale. Torniamo all’albergo accolti dall’intrigante sorriso delle massaggiatrici pronte a completare il lavoro iniziato ieri sera, ed è subito notte.

Clicca sulle immagini per ingrandirle

entrata a Pelkor Chode


Pelkor Chode


interno di Pelkor Chode


entrata a Shalu

monastero di Shalu

...on the road...

Tashillumpo

Tashillumpo

foto di gruppo

 

24 Agosto
SHIGATSE - LHASA (km 353)

Un tappone lungo e pesante con 160 km di asfalto e il resto tutto sterrato difficile a causa di una tole (corrugato) allucinante e per una serie di guadi profondi oltre ai due passi uno dei quali oltre i 5300 m.

I primi 80 km corrono lungo il grande fiume Bramaputra (Tsang Po, Yarlung) che porta le sue acque fino al grande delta del Gange, nel golfo del Bengala, in India, il fiume è maestoso si allarga per oltre un km. nella sua bella valle illuminata dal sole mattutino. Arriviamo al ponte di Traduk che supera in un tratto stretto le vorticose acque del fiume ed imbocchiamo lo sterrato. Il traffico di camion, carretti, motozappe, trattori, 4x4, yak , pecore è inteso e pericoloso. Superiamo il primo passo il Dong La a 4838 m (praticamente siamo in vetta del nostro Monte Bianco), poi giù per una serie di tornanti lungo un nuovo fiume che ci fa compagnia con il fragore delle sue acque , una trentina di km e ricominciamo a salire verso lo Shogu La. Le moto soffrono e scoppiettano ad ogni tornante, non accettano accelerazioni violente, bisogna lasciare loro il tempo di riprendere il fiato e ripartono gagliarde verso i 5300 m del passo; Due moto leggere (Maurizio Del Pin e Simone K.) non paghi di tanta altitudine salgono ancora per prati verdi per altri 200 metri raggiungendo probabilmente un record di tutto rispetto a 5500 m..

Il paesaggio è straordinario, manca il fiato e tira un forte vento che fa cantare le numerose bandiere preghiera variopinte. Di nuovo giù per la discesa verso nuovi ambienti, nuovi incontri e verso un po’ più di ossigeno.

Per la seconda volta, ad una quota che rasenta i 5000 m, due forature (una anteriore e una posteriore) e smontare un pneumatico a quell’altezza è una vera sofferenza. Guardo con rispetto ed ammirazione le nostre due KTM che hanno montato a titolo sperimentare le mousse che finora vanno benissimo.

Ci aspettano 150 km di tormento su una pistaccia piena di buche, un’altra foratura, poi finalmente eccoci al bivio della strada Golmund-Lhasa a Yangpachen , un’ora di asfalto ed entriamo a Lhasa, stanchissimi.

La città ci appare caotica ed insignificante finché non intravediamo sulla destra Il Potala, imponente, stupendo, circondato da costruzioni tradizionali, è il saluto della Città Proibita, simbolo del Tibet, della sua storia della sua sofferenza, delle sue ingiustizie e del suo futuro.

Siamo tutti troppo stanchi per celebrare e vivere pienamente questo storico momento... vederemo domani.

Clicca sulle immagini per ingrandirle

i primi guadi...


...sempre piu profondi


la valle


sosta pranzo

le moto alla sosta

cambio gomme a 4800

il passo a 5300


 

25 Agosto
LHASA – DREPUNG – GANDEN – LHASA (in minibus)

Per la visita al Potala bisogna fare la prenotazione perche’ il numero dei visitatori è soggetto ad un limite giornaliero. Ci pensa la nostra brava guida noi intanto in minibus raggiungiamo Drepung una bella città monastero in posizione panoramica su Lhasa. Fino a ieri il monastero ha festeggiato lo Yogurt Festival, a noi non resta che visitare i vari templi ancori vivi delle cerimonie dei giorni precedenti. Nonostante la vicinanza della grande città ci sembra abbastanza incontaminato e autonomo con molti monaci intenti nei loro lavori quotidiani . La struttura è molto simile ai monasteri già visitati con templi, cappelle , sale di riunioni ricche di immagini sacre , statue , pareti dipinte , particolarmente ricca anche qui la biblioteca di testi sacri incredibilmente salvati dalle distruzioni del periodo della occupazione. Pranziamo di fronte al Jokang nel quartiere Barkhor quindi partiamo per Ganden ad una quarantina di km da Lhasa.

La strada sterrata sale su per una montagna disegnando infiniti tornanti fino ad arrivare al piazzale. Siamo i soli turisti e il sole ancora alto illumina ed esalta le belle costruzioni policrome del complesso monastico. I monaci ci riservano una simpatica accoglienza e ci aprono le sale e le cappelle più importanti. Ganden è un luogo straordinario, nonostante le pesanti distruzioni subite in passato sta rinascendo grazie al lavoro di monaci e civili , falegnami, muratori, pittori, uomini e donne che lavorano in armonia e con gioia, cantando. L’atmosfera di Ganden ci affascina per la pace che domina nelle sue stradine, nelle grandi sale di preghiera, nei mausolei , nei templi. Anche se molto ricostruito e restaurato conserva tutto il fascino di un tempo e quei lavoratori sorridenti intenti alla ricostruzione danno un senso di continuità che fa sperare in un futuro più roseo per il Tibet. Saliamo fino ad un passo dove una fuga di centinaia di bandiere porta a Dio le preghiere degli uomini e fa da corona a questo straordinario luogo di culto lontano da tutto, dalla caotica Lhasa, dal traffico delle strade , dalla polizia, da ogni controllo, sembra più vicino al cielo che alla terra. E torniamo con i gialli dei prati accesi dagli ultimi raggi di sole.

Clicca sulle immagini per ingrandirle

monastero di Ganden

 

26 Agosto
LHASA

Il Jokang ci accoglie con una moltitudine di fedeli che si prostrano all’ingresso recitando le loro preghiere. Ripetono la loro liturgia alzandosi in piedi per poi distendersi al suolo e continuando a pregare con un fervore che ci coinvolge in pieno. All’interno un fiume di umanità gira in senso orario attorno al tempio effettuando il kora: le litanie , i canti religiosi , il fuoco delle fiammelle votive, un intenso profumo di incenso, un odore acre di burro fuso , un vociare diffuso ed incomprensibile ci rapisce nella realtà religiosa di questa gente semplice e devota . Ci viene naturale di recitare una nostra preghiera: se esiste una verità occulta, oltre la nostra dimensione materiale, questa non può che essere unica ed universale e allora anche un “Padre nostro” andrà bene per il venerato Buddha.

Torniamo alla realtà delle bancarelle che vendono di tutto dai teschi umani incisi e istoriati , alle trombe per cerimonia, alle bandiere preghiera , alle coppe per bere tsampa, alle T shirt , agli apparecchi elettronici giunti dalla Cina.

Ed eccoci all’ingresso del Potala che fu residenza del Dalai Lama capo spirituale e re del popolo tibetano.

La nostra guida ci avverte che per la visita del Potala è necessario prendere una guida cinese, ci fa qualche raccomandazione sul comportamento da tenere durante la visita e scompare. Sale la guida cinese e comincia a parlare come se avesse un registratore nel cervello. E ci racconta la sua storia, la sua realtà e sentiamo immediatamente un senso di fastidio , per la prima volta da quando siamo in Tibet. Si qui nel Potala, simbolo e sede di quello che fu una volta il potere temporale e religioso del Dalai Lama l’ingerenza della Cina è soffocante. E il Potala , con le sue splendide sale, i suoi ricchi arredi, le tracce e le testimonianze di una storia troppo recente per essere dimenticata, ci appare come un cadavere a cui è stata stappata l’anima.

I fedeli non si confondono come altrove con i turisti, non offrono quella condivisione che se pur incomprensibile per tutti noi, ci ha in qualche modo affascinati e trascinati in una dimensione spirituale. Qui i fedeli fanno i turni ed oggi non possono entrare, qui nelle sale non troviamo i monaci che leggono i loro libri sacri , ma poliziotti che leggono riviste profane, qui abbiamo telecamere che ci inquadrano da ogni angolo , qui le statue dei lama sono coperte da una polvere che ne offusca il senso mistico.

Nonostante tutto il Potala è splendido con le sue possenti muraglie, le sue dimensioni uniche in tutto il Tibet , domina ancora incontrastato su tutto il Paese e forse per questo i cinesi lo temono ancora. Ma la realtà sta cambiando, in tutti gli altri monasteri che abbiamo visitato non abbiamo mai avvertito la presenza dei cinesi , abbiamo visto monaci al lavoro per ricostruire, centinaia di fedeli in pellegrinaggio ed in preghiera , abbiamo

assistito a cerimonie, partecipato a riti nella massima libertà di espressione senza alcuna apparente restrizione. Oramai il potere politico è in mano ai cinesi che nella certezza della sua irreversibilità hanno concesso ampie libertà ai monaci e tra breve sarà così anche per il Potala. Una donna tibetana sul marciapiede di fronte al Potala recita le sue preghiere e si prostra a terra per poi rialzarsi e continuare a pregare, è l’anima del Potala che rinasce per sempre.

Clicca sulle immagini per ingrandirle


pellegrini al Jokang


il Potala


il Potala

il gruppo sotto il Potala

 

27 Agosto
LHASA - SHIGATSE (km 353)

A causa della chiusura delle due strade per Shigatse siamo costretti a ripercorrere la strada del Nord, molto più lunga e in mezzo alle montagne. Decidiamo di non andare a Tsethang, ci aspettano le difficili piste del Kailash e tutte le incognite di un percorso molto impegnativo. Risaliamo quindi il lo Shogu La con i suoi 5400 m che troviamo innevato tanto da poter prendere a pallate di neve i motociclisti e le auto in arrivo. Entriamo a Shigatse mentre il sole tramonta.

Clicca sulle immagini per ingrandirle

il passo innevato


assetto da pioggia

 

28 Agosto
SHIGATSE – LHATSE – SANG SANG (km 360)

Decidiamo per un tappone di quasi 400 km. per una pista bella come paesaggio ma difficile per i numerosi guadi. Ne passiamo di tutti i tipi, larghi , lunghi, profondi , stagnanti, con corrente . Qualcuno ci casca dentro, altri si bagnano tutti di fango e acqua ma proseguiamo. Poco prima di Lhatse visitiamo Sakya con una deviazione di 50 km (andata e ritorno), un monastero fortificato che non fu mai distrutto ne saccheggiato dai cinesi, e conserva una sala di preghiera con 12 eccezionali colonne di legno giunte sin qui dal lontano Sikkim . Dopo Lhatse la pista traversa un altopiano pittoresco con prati, greggi di pecore, caprette, yak e con numerose tende di pastori nomadi. Lontane oltre il fiume Bramaputra , appaiono le prime montagne coperte di neve, è la catena della Grande Himalaya. Arriviamo a Sang Sang con un tramonto da mozzare il fiato, lo avevamo alle spalle e lo scopriamo scendendo dalle moto: nuvoloni di un rosa mai visto coprono un cielo stellato su cui domina una luna piena che irradia la sua luce creando una luminosità irreale. Stupendo e con la solita carenza di ossigeno ce ne andiamo a dormire.

Clicca sulle immagini per ingrandirle

un lago sulla strada


guadi, guagi e...


...ancora guadi

 

29 Agosto
SANGSANG – SAGA (km 190)

Abbiamo dormito in una modesta guest house per non puntare le tende e il nostro cuoco ha preparato la cena con le scorte di viveri che ci portiamo dietro da Lhasa. Facciamo il solito pieno mattutino dai bidoni bi benzina caricati sul camion e partiamo verso Saga. Superiamo lo Tse La a 5100 metri ma devo dire che oramai siamo tutti ben acclimatati. Per una brutta pista che segue il corso di diversi fiumi arriviamo al Bramaputra o Tsang Po o Yarlung e siamo a Saga. Da qui al ritorno dovremo traghettare per prendere la pista che ci riporterà verso il Nepal. II fiume sembra essere notevolmente calato e non ci dovrebbero essere problemi per il nostro passaggio tra alcuni giorni.

Ci accampiamo poco fuori del paese, fa abbastanza freddo, si mangia sotto il tendone ristorante, non manca la birra e la cena e melanconicamente tibetana.

Clicca sulle immagini per ingrandirle

in cima al crinale


cambio gomme


ponte sospeso

il campo a saga

 

30 Agosto
SAGA - PARYANG (km 245)

Lasciamo Saga di buon mattino (in alcune carte è riportata con il nome di Kyakyaru ma è facilmente identificabile in quanto si trova sul fiume Bramaputra Tsangpo all’altezza dell’inizio della pista per il il Lago Pekhu Tso e Nyalam raggiungibile dopo la traversata del fiume in traghetto) e proseguiamo spediti verso Drong Pa , siamo ad appena 50km in linea d’aria dal confine con il Nepal, una cima di 6235 m , il Mansail, relativamente bassa, rappresenta il punto di riferimento per localizzare il regno himalayano del Mustang, la sua capitale Lo Mantang si trova ai piedi di questa montagna. Il paesaggio di verdi colline ed immensi pascoli cambia improvvisamente quando entriamo nella “Valle delle dune” dove ci troviamo immersi in una realtà paesaggistica incredibile ed affascinante: lingue di sabbia e una serie di dune di tipo sahariano si vanno a confondere con le imponenti montagne della catena himalayana bianche e scintillanti di neve e ghiaccio, un connubio insolito che ci sorprende per la sua bellezza. Restiamo incantati di fronte a questo gioco della natura ……… il rombo dei motori ci scuote, molti non resistono al fascino della sabbia della salita delle dune e restiamo in zona ad ammirare le evoluzioni delle moto più leggere, KTM, HONDA, YAMAHA , qualche caduta senza conseguenze per eccesso di entusiasmo e ci apprestiamo a traversare questa valle sognando di essere nel nostro deserto africano. Arriviamo a Paryang (Baryang) e ce ne andiamo a dormire in una sorta di caravanserraglio con cortile chiuso da due solidi cancelli.

Clicca sulle immagini per ingrandirle

la "Valle delle Dune"

 

31 Agosto
PARYANG - LAGO MANASAROVAR - DARCHEN (km 292)

Siamo tutti protesi verso il mitico Monte Kailash, il cielo è terso senza l’ombra di una nuvola, oggi arriveremo alla montagna sacra e ai sacri laghi Manasarovar . Superiamo il posto di controllo militare e il passo Mayum La ad oltre 5000m ma non ce accorgiamo nemmeno, e proseguiamo spesso abbandonando la pista principale e percorrendo tracce laterali su verdi prati molto più comode della malandata pista, piena di buche, incontriamo cosi asini e cavalli selvaggi con i quali ingaggiamo entusiasmanti inseguimenti.

Noi con le nostre moto stiamo penetrando questo mondo remoto, l’altopiano tibetano, alla nostra sinistra scorrono le montagne himalayane , davanti a noi fiumi, valli profonde, passi di montagna battuti dal vento, non siamo semplici spettatori ma conquistiamo da protagonisti metro dopo metro , chilometro dopo chilometro questa straordinaria e difficile pista e sempre nuovi panorami mozzafiato.

Poi si preannuncia l’arrivo al Lago Manasarovar: una stiscia blu cobalto chiude la valle , il panorama di allarga ed appare nel cielo limpido come una cattedrale la sagoma inconfondibile del Monte Kailash che irradia tutta la sua sacralità, centro di forza e di vita, meta di pellegrinaggio di migliaia fedeli buddisti, induisti, lamaisti, omblelico del mondo, cuna della vita dell’umanità.

Non possiamo restare immersi nella nostra occidentalità razionale e forse cieca,dobbiamo cercare di capire, questo monte irradia forza ed impone rispetto. Ciascuno a suo modo vive questo momento e cerca un suo equilibrio

tra razionalità e fantasia, tutti in ogni caso siamo estasiati dalla vista del sacro monte, dei laghi blu cobalto e della mole imponente del Gurla Mandahta (Nemo Nanyi) la bellissima montagna di 7728 m che incombe sui laghi.

Raggiungiamo la spiaggia del lago all’altezza del Seralkung Gompa con un sole raggiante che ci invita a bagnarci nelle acque fredde del lago. Siamo ad una decina di km dal confine con il Nepal.

Riprendiamo fiato e proseguiamo per Darchen per la pista principale che ci riserva la sorpresa di un altro bel guado.

Clicca sulle immagini per ingrandirle

riparazioni a Darchen

 

1 Settembre
DARCHEN - TARBOCHE KAILASH - LAGO MANASAROVAR (km 70)

Darchen è il punto di partenza e di arrivo del Kora , il pellegrinaggio circolare in senso orario che si fa attorno al Monte Kailash, 52 km che vengono percorsi in 3 giorni superando un passo il Dorm La a 5630m spesso coperto di neve. Noi non abbiamo il tempo di realizzare il kora a piedi quindi saliamo in moto e seguendo il percorso della prima tappa del kora, entriamo nella Valle del Lha Chu e raggiungiamo il Tarboche, il palo sacro da cui scendono centinaia di bandiere preghiera policrome , che viene innalzato ogni anno in occasione del Saga Dawa la festa per l’illuminazione di Sakyamuni (maggio- giugno nel giorno del plenilunio) . Il Monte Kailash domina la valle con il suo pinnacolo innevato. Tiriamo fuori dallo zaino anche le nostre bandiere il nostro tricolore, la vecchia bandiera del Moto Club Avventure e la bandiera blu della Federazione Motociclistica Italiana, per una storica foto di gruppo , è un apoteosi di luce e di colori e di forti emozioni, sentiamo di aver raggiunto una meta rara per un motociclista e questa consapevolezza appare evidente nei visi stanchi e tirati ma sorridenti e soddisfatti di tutti i partecipanti.

Proseguiamo oltre fino al Monastero di Chuku dove incontriamo nomadi o pellegrini con mandrie di pelosi yak e poderosi cavalli . Poi forse per un senso di rispetto verso il silenzio che domina la valle decidiamo di rientrare con le nostre rumorose moto a Darchen. Ciò che abbiamo vissuto e provato lungo il percorso di questa prima tappa del kora ci sembra più che sufficiente, torniamo a Darchen e dopo pranzo raggiungiamo la spiaggia sul Lago Manasarovar dove la nostra guida ha già predisposto il campo . Un sole radioso più che mai ci accompagna nelle nostre brevi escursioni intorno al campo fino al tramonto quando tutto si tinge di un colore irreale che aggiunge fascino al fascino e ci apprestiamo alla fredda notte sotto le tende.

Clicca sulle immagini per ingrandirle

il gruppo sotto il Kailash


il lago Manasarovar

 

2 Settembre
LAGO MANASAROVAR - PARYANG (km 224)

Partiamo per ripercorrere la stessa pista dell’andata di cui ricordiamo tutti i segreti, evitiamo così i tratti più duri con ampie deviazione per i prati. Al controllo militare di Mayum La un eccessivo ritardo nel ricongiungimento del gruppo ci fa capire che qualcosa è successo, manca Simone, sempre fra i primi ad arrivare, mi sfiora un’angoscia e un presentimento. Simone durante una deviazione a una cinquantina di metri dalla pista è caduto battendo forte la spalla, ha riparato la leva del freno, ha sollevato la moto ed è ripartito raggiungendo dopo una decina di km, una nostra Toyota che fortunatamente aveva bucato, è dolorante e non può assolutamente guidare. Sale in macchina e raggiunge il controllo di Mayun La. Ha la clavicola rotta e dovrà essere rimpatriato il più presto possibile. Siamo nel bel mezzo del nulla e in Tibet non esistono elicotteri di soccorso. Unica soluzione raggiungere Kathmandu, siamo a poco più di 600 km. dalla capitale nepalese e non ci sono alternative. Partirà con una nostra Toyota la sera stessa assistito dal fratello Alessandro e dopo un viaggio allucinante fra fango, frane, scioperi e manifestazioni in Nepal, grazie alla assistenza della nostra guida tibetana e del nostro amico Amar di Kathmandu riuscirà a rientrare in Italia il 5 settembre. Noi raggiungiamo per la notte Paryang.

3 Settembre
PARYANG SAGA (km 246)

Con un po’ di tristezza nel cuore , proseguiamo dopo aver caricato la moto di Simone nel camion. Dobbiamo raggiungere Saga in tempo per confermare ed assicurarci del traghetto per domani mattina. La pista è nota e ne ricordiamo i pericoli, in particolare una voragine di quasi un metro non segnalata e incombente sulla nostra via del ritorno. Purtroppo di casca Bibo con la sua KTM 640 e con Bettina sul sedile posteriore, un salto pauroso, Bibo riesce a tenere la moto in piedi ma il colpo è stato fortissimo e li troviamo tutti e due sdraiati a terra e doloranti. Si teme per il peggio, ma non sembra che ci siano fratture, li sdraiamo su una Toyota e proseguiamo lentamente dopo aver caricato la seconda moto sul camion. A Saga non c’è ospedale rintracciamo un medico, una anziana signora che si presenta con un camice bianco, li tasta ben bene e ci conferma che non ci dovrebbe essere frattura , ci fornisce medicamenti cinesi e conclude con un piacevole massaggio, poi interviene Andrea con i nostri atidolorifici e decontrattuanti.

Al ritorno sapremo che effettivamente ambedue hanno riportato schiacciamento e frattura del soma, sconosciuto componente della nostra spina dorsale.

4 Settembre
SAGA OLD TINGRI (km 240)

L’imbarco sulla chiatta che serve per traghettare il fiume e quantomeno avventuroso per non dire pericoloso, si tratti di imbarco con guado su un’asse alquanto stretta , qualche emozione e siamo tutti dall’altra parte dove inizia una bella pista ,poco frequentata, praticamente deserta che sale un bel passo con tornanti stretti su pareti strapiombanti. Con quello che è successo i giorni scorsi siamo tutti molto attenti. Questa che stiamo percorrendo è una pista secondaria che permette di raggiungere la Friendship Highway senza ripassare per Lhatse. Fra l’altro è meravigliosa, incontriamo numerosi gruppi di pastori nomadi con le loro greggi e le loro caratteristiche tende. Superato il passo la strada migliora e scende verso il Lago Pekhu Tso per una valle stretta scavata dal fiume , le pareti sono di colore giallo, con venature colorate di ocra, marrone, ross , un paesaggio insolito che colpisce per il gioco dei colori che la natura a saputo creare. All’uscita della valle ci si apre di fronte uno scenario strabiliante con lo Shisha Pangma, un ottomila circondato da una corte di picchi, pinnacoli, creste, ghiacciai sui quali si adagiano nuvoloni che sembra possano scivolare verso di noi da un momento all’altro. Lo scenario e’ straordinario in particolare perché siamo molto vicini alle montagne infatti un cartello che indica siamo a pochi km dal Campo Base dello Shisha Pangma. Qualche nuvolone riesce a passare e prendiamo un po’ di pioggia. Proseguiamo per questo altopiano verde dove facilmente riusciamo a fare dei fuoripista poi una serie di guadi in aree paludose e finalmente mettiamo le ruote sulla Frendship Highway e raggiungiamo Old Tingri.

Al tramonto possiamo ammirare in lontananza il massiccio del Cho Yu e la vetta dell’Everest, meta della nostra ultima avventura in terra tibetana.

5 Settembre
OLD TINGRI - EVEREST CAMPO BASE - OLD TINGRI (km 238)

Bibo non resiste alla tentazione del Campo Base dell’Everest e sale in sella nonostante i dolori. Partiamo per la Short Cut (scorciatoia) la pista che in 80 km ci dovrebbe portare al Campo Base della montagna più alta del mondo. E l’inizio è tutto un programma : risaliamo una valle ipeirrigata con corsi d’acqua ,lunghi, larghi e profondi che inizialmente costituiscono un divertimento per tutti. Poi la pista comincia a salire e i guadi si fanno sempre piu’ difficili fino al punto dove il fiume diviene un vorticoso torrentaccio di montagna con guado profondo ed acqua violenta. Insomma siamo costretti a lasciare due moto, le meno fuoristradistiche, e proseguire per una pista difficile piena di acqua e fango, arriviamo così al ponte dove si trova l’incrocio con la nuova strada che viene da New Tingri a 114 km. Decidiamo tutti senza alcun dubbio di percorrere questa per il ritorno in albergo (torneranno per la short cut solo un’auto e i piloti che avevano lasciato le due moto).

E proseguiamo con l’Everest che ci accoglie con la sua cresta nord illuminata dal sole. Siamo al monastero di Rongbuk. Oltre i veicoli non possono andare , si va a piedi o con i carretti trainati da somarelli dei monaci, ma per le moto i militarti fanno un’eccezione e possiamo salire gli ultimi 12 km. fino al vero e proprio Campo Base , siamo a 5200 m e oltre si può proseguire solo a piedi.

Ci sono due spedizioni ora che stanno salendo la montagna , cerchiamo di localizzare qualche puntino nero che si muove sull’immenso spigolo, fa freddo e tira un forte vento pensiamo agli alpinisti che stanno lassù a 7000/8000 m…. ma quella è tutta un’altra passione . Torniamo e come già deciso imbocchiamo senza alcun dubbio la strada per New Tingri- Shegar che è ottima una vera carrozzabile che nella sua prima parte traversa valli molto abitate e verdeggianti di coltivazioni di ogni tipo. Eravamo convinti se seguisse tranquillamente il fiume in bassa quota , invece dopo qualche decina di km. comincia a risalire su per una montagna brulla, la pista continua ad essere ottima e supera dislivelli notevoli con una serie di allucinanti tornanti, forse cento fra salita e discesa , unica soddisfazione al passo oltre i 5000 una terrazza naturale panoramica con una vista unica al mondo su tutte le vette del Qomolangma (Everest) Nature Preserve dallo Shisha Pangma, al Cho Yu , all’Everest , al Makalu, un oltimo saluto trionfante all’Himalaya e alle sue montagne più belle. La discesa sarà rapidissima e il rientro all’ostello di Old Tingri ancor più veloce. Sentiamo oramai prossima la fine del viaggio.

6 Settembre
OLD TINGRI – NYALAM – ZHANGMU (km 190)

Passiamo rapidi per Nyalam e ripercorriamo l’affascinante valle che ci porta a Zhangmu. Siamo con un giorno di anticipo che abbiamo pensato bene di tenerci per i pericoli che incobono ancora sul nostro ritorno, le frane di fango sulla strada Kodari- Kathmandu, gli scioperi e le dimostrazioni dei maoisti.

Ma l’amuleto sembra che almeno per la strada e per il tempo funzioni bene.

7 Settembre
ZHANGMU - KODARI – BAKTAPUR- KATHMANDU (km 136)

Fino a ieri la strada era bloccata, il nostro camion non è riuscito a passare e siamo costretti a caricare una moto sul tetto del pulmino. Quindi partiamo, le moto riprendono fiato, per la prima volta dopo 18 giorni scendiamo a quote inferiori ai 3.700 metri, le moto cantano e noi siamo ubriachi di ossigeno , superiamo di getto il fango e gli ultimi guadi, poi spediti e veloci eccoci entrare a Baktapur, la città gioiello della valle di Kathmandu. Siamo senza guida ma una telefonata ed Amar ci viene a prendere per guidarci nell’affascinante traversata della città, con le sue stradine dal pavimento di mattoni rossi, i suoi monumenti e la sua gente. Ci fermiamo per visitare la Durbar Square e tutto il resto che la città offre e siamo rapiti dalla pace e dalla armonia che questa cittadina riesce a trasfondere . Ma entro questa sera dobbiamo essere a Kathmandu. Il traffico caotico ci fagocita, scoppiano due bombe all’Hotel Malla e ci perdiamo nella confusione. Dopo un’oretta siamo tutti sani e salvi all’hotel Marsyandi. Cene ed acquisti luculliani.

8/9 Settembre
KATHMANDU

Carichiamo con grande maestria le nostre 14 moto e le 11 moto del gruppo Cina Tibet Raid, su quattro pallet pronti ad essere imbarcati sul volo Qatar per Milano, ci perdiamo un po’ nella inevitabile burocrazia nepalese.

10 Settembre
KATHMANDU - ITALIA

Il nostro Nepal Tibet Raid è finito, nessuno riesce a crederci. L’aria rarefatta, la carenza di ossigeno, le religiosità diffusa del popolo tibetano ci ha fatto vivere questa nostra avventura in una dimensione sognante, eppure le piste erano dure, durissime, i guadi difficili, profondi e violenti, le tappe lunghe, le quote impensabili, e c’erano tutti gli ingredienti di un grande raid, forse della più grande impresa mai compiuta dal nostro Motoclub, eppure tutti i ricordi, tutte le sensazioni, tutte le paure e tutte le grandi soddisfazioni sembrano ovattati ed immersi nell’immensità incredibile delle cime innevate, dei paesaggi luminosissimi, dei tramonti dai colori inimmaginabili, dalle notti accese da milioni di stelle luminosissime, forse siamo entrati in un mondo fisicamente e spiritualmente più grande di noi ma ci siamo entrati con la stessa determinazione che ci ha portato a scoprire le savane e i deserti africani , gli altopiani andini, le taighe siberiane e con la stessa determinazione, la stessa curiosità di scoprire noi stessi ed il mondo che ci circonda continueremo come sempre e per sempre ON THE ROAD AGAIN FOREVER .

VITTORIO KULCZYCKI